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Massoneria e Unità d'Italia

      Ricorrerà nel 2011 il 150° anniversario della costituzione del regno d’Italia. Il 14 marzo 1861, infatti, Vittorio Emanuele II – già Sovrano del Regno di Sardegna – “per grazia di Dio e volontà della Nazione” veniva proclamato con voto unanime di tutti i membri del parlamento subalpino Re del nuovo Stato italiano.

     Si compiva con questo atto la prima fase del nostro Risorgimento che, attraverso moti rivoluzionari, guerre, spedizioni, alleanze, unificava la penisola in realtà nazionale. L’Italia non era più – come aveva sostenuto Metternich al Congresso di Vienna – “solo un’espressione geografica” formata da vari regni o ducati, ma uno stato unitario e indipendente alla stregua dei maggiori paesi europei. Il processo di unificazione si realizzava tra il 1859 e il 1860, allorché entravano a far parte del regno di Sardegna dapprima la Lombardia, assegnata dall’Austria a Napoleone III al termine della seconda guerra d’indipendenza e da questi ceduta al Piemonte, poi il ducato di Parma, quello di Modena, Bologna con i territori emiliano-romagnoli dello Stato pontificio e il granducato di Toscana i quali, dopo la creazione di governi provvisori, avevano deliberato mediante plebisciti l’annessione alla corona sabauda. Anche le Marche e l’Umbria, appartenenti allo stato della Chiesa, erano conquistate dall’esercito sardo-piemontese poco prima che Giuseppe Garibaldi, mediante la straordinaria spedizione meridionale – partita da Quarto nel maggio 1860 con poco più di mille volontari – si impadronisse del regno delle Due Sicilie che avrebbe consegnato, il 26 ottobre a Teano, a Vittorio Emanuele II.

     Invero nel 1861 l’unificazione nazionale non era stata realizzata appieno: mancava il Veneto, che passerà dall’Austria all’Italia al termine della terza guerra d’indipendenza (1866), Roma e il Lazio, che saranno annessi nel 1870 dopo la caduta di Napoleone III, strenuo difensore del potere temporale dei papi, nonché il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia, entrati a far parte del regno d’Italia alla fine della prima guerra mondiale, da alcuni storici impropriamente definita quarta guerra d’indipendenza.

     Come detto, con il 1861 si realizzava il primo Risorgimento italiano: movimento insurrezionale e militare, intriso di elementi romantici che idealizzavano le comuni radici culturali e politiche, ed esaltavano lo spirito nazionale quale autocoscienza del popolo, rivendicando il primato della “missione storica” dell’Italia. Con la fine della sottomissione allo straniero si concludeva il mito risorgimentale: non è scorretto parlare di mito, in quanto “ri-sorgere” avrebbe dovuto significare ritornare ad una situazione unitaria che nei secoli passati il nostro paese non aveva mai conosciuto.

     Ma quale fu il ruolo della massoneria nel processo di unificazione nazionale? Prima di affrontare il tema, non pare inopportuno tracciare un breve excursus sulla presenza della libera muratoria in Italia in età prerisorgimentale.

     In epoca napoleonica le logge italiane, obbedienti al Grande Oriente milanese, a quello di Napoli o direttamente al G. O. francese, furono assai numerose e particolarmente attive: si calcola in circa 20.000 il numero dei framassoni presenti nella penisola, distribuiti in circa 250 logge. Il supremo Consiglio del rito scozzese antico ed accettato di Milano, costituito nel 1805, ebbe come gran maestro il viceré del regno italico Eugenio Beauharnais. Il Grande Oriente napoletano vide al vertice dell’ordine dapprima Giuseppe Napoleone, fratello dell’imperatore, quindi Gioacchino Murat, entrambi sovrani del regno meridionale. Tramontato l’astro del grande Corso, i prìncipi restaurati dichiararono guerra alla massoneria, operando una sistematica chiusura dei templi. La quasi totalità dei massoni, operante nei vari rami dell’amministrazione, venne epurata. Durante la Restaurazione si diffusero varie società segrete quali la Carboneria, gli Adelfi, i Filadelfi e i Sublimi Maestri Perfetti. La carboneria, sorta in Francia come associazione di taglialegna e di carbonai (la cui centralità simbolica sta nel legno e non nella pietra da dirozzare), si sviluppò soprattutto nel Meridione, avversando in un primo tempo Giuseppe Napoleone e Murat, poi opponendosi alla politica assolutistica e reazionaria dei Borbone.

     Ad ogni buon conto, nonostante l’opinione di Gian Mario Cazzaniga (autore di studi sulla storia della massoneria e dell’esoterismo) secondo il quale la carboneria altro non fu che un’espressione organizzativa del filone massonico di carattere deista e repubblicano, si deve ritenere che ci sia soluzione di continuità tra carboneria e massoneria, sia per la diversità di simboli e di rituali, sia per le finalità: miranti alla richiesta di libertà costituzionali e all’affermarsi di istanze liberal-progressiste la prima, indirizzata al miglioramento di sé e del vivere morale e civile la seconda. Il completo fallimento dei moti carbonari del 1820-21 nel regno delle Due Sicilie, in Piemonte e in Lombardia, e di quelli di Modena, Parma, Bologna, Romagna e Marche nel 1830-31, determinò l’inesorabile declino della setta.

     Secondo Alessandro Luzio, che nel 1925 pubblicò un’opera in due volumi dal titolo La Massoneria e il Risorgimento italiano, il ruolo delle logge massoniche nel processo preparatorio all’unità d’Italia fu assai marginale, se non del tutto ininfluente. Le conclusioni di Luzio furono fatte proprie dallo storico fascista Gioacchino Volpe e, successivamente, da Benedetto Croce. Essi confutavano le posizioni della pressoché unanime pubblicistica italiana della seconda metà dell’Ottocento, che aveva riconosciuto alla libera muratoria un rilevante impegno per la realizzazione dell’unità nazionale Secondo Volpe la massoneria riprese la propria attività solo verso il 1859-60; nel quarantennio antecedente “la sua azione fu, in ordine al Risorgimento, insignificante o nulla”. Non va peraltro dimenticato che il volume di Luzio veniva pubblicato nello stesso anno in cui Mussolini aveva deciso di sopprimere ogni obbedienza e di appropriarsi del mito del Risorgimento, facendone del fascismo l’erede diretto.

     Critico nei confronti delle tesi di Luzio fu Carlo Rosselli: noto antifascista, in una recensione all’opera di Luzio, non riusciva a spiegarsi come la massoneria, considerata pressoché estranea al movimento risorgimentale, all’indomani dell’unità fosse diventata una delle strutture che – sia pure in modo disomogeneo – avrebbe condizionato la vita ideologica e politica del paese.

     I più recenti studiosi della storia della massoneria ottocentesca, quali Augusto Comba, Fulvio Conti, Aldo Alessandro Mola o Michele Moramarco, sono più vicini alle posizioni di Rosselli che non a quelle di Luzio e Volpe. Nonostante le carenze di fonti documentarie circa la presenza di templi d’Hiram negli anni venti-cinquanta del XIX secolo, essi convengono che la libera muratoria abbia continuato ad operare, in modo assai coperto e segreto, in alcune città della penisola, e che abbia dato un non del tutto marginale contributo al processo unitario. Secondo Conti, ad es., il tessuto associativo massonico, intrecciato con quello settario e con trame cospirative, sembrò conservarsi per tutto il periodo risorgimentale a Livorno. Per quanto concerne la Sicilia, Mola riporta un’affermazione di Francesco Crispi – uno dei promotori della spedizione dei Mille e più volte presidente del consiglio dei ministri – che nel 1860 sosteneva essere “da molto tempo” operante un supremo consiglio del G.O., all’oriente di Palermo. Né può essere ascritto a mera casualità il fatto che alla difesa della Repubblica romana (1848-49) fossero presenti massoni come Livio Zambeccari o Giuseppe Garibaldi, entambi affiliatisi in Sudamerica, o Aurelio Saffi, i cui primi contatti con l’ordine si fanno risalire al 1848, o i mazziniani Giuseppe Avezzana, Federico Campanella, Giuseppe Petroni e Adriano Lemmi. Campanella sarà nel 1868 gran maestro dell’obbedienza scozzese, Petroni e Lemmi ricopriranno analoga carica nel G.O.I. Lemmi, banchiere livornese, finanziò la spedizione garibaldina in Sicilia. A lui si deve la riunificazione, nel 1887, sotto il labaro del Grand’Oriente d’Italia, di tutte le obbedienze massoniche. Quanto a Giuseppe Mazzini, la sua affiliazione sarà soltanto “onoraria”.

    Nell’ottobre 1859 – si era da poco conclusa la seconda guerra d’indipendenza – a Torino, “in luogo coperto da sguardi profani”, si riunirono sette fratelli per la costituzione di una loggia, cui era imposto l’antico nome dell’Italia, Ausonia. Più d’uno di loro aveva un passato che affondava nella secolare vicenda del settarismo. Zambeccari, che vi entrò poco dopo, tenne contatti con il primo ministro sabaudo Camillo Benso conte di Cavour. Sul piano politico scopo dell’officina era di costituire un organismo massonico nazionale nell’Italia unificata sotto i Savoia. La loggia ebbe l’appoggio di Cavour, definito dal primo maestro venerabile, Giuseppe Delpino, “personaggio non estraneo ai misteri dell’Ordine”, anche se non si possiedono elementi certi di una sua eventuale iniziazione. Lo statista piemontese, prematuramente scomparso nel 1861, favorirà l’adesione all’Ausonia di un suo brillante collaboratore, Costantino Nigra, il quale tuttavia nel 1861 rinunzierà alla carica di gran maestro del G.O.I.

     Ma la figura più rilevante del Risorgimento nazionale è stata quella di Giuseppe Garibaldi. L’eroe dei due mondi venne iniziato alla massoneria trentasettenne, nel 1844, nella loggia L’asil de la vertud di Montevideo. Si trattava di una loggia irregolare, dipendente dalla massoneria brasiliana e non riconosciuta dalle maggiori obbedienze internazionali quali la gran loggia d’Inghilterra o il G. O. di Francia. Nello stesso anno però regolarizzò la sua posizione presso la loggia Les amis de la patrie, all’oriente della capitale uruguaiana e sottoposta all’obbedienza di Parigi: tuttavia sembra che abbia frequentato poco l’officina, rimanendo sempre al grado di apprendista. Durante il suo soggiorno a New York, dopo la rocambolesca fuga dall’Italia a seguito della caduta della Repubblica romana, pare aver frequentato unitamente ad Antonio Meucci – il futuro inventore del telefono di cui era ospite – la loggia Tompkins di Staten Island.

     Nel 1860, la sua spedizione contro il regno delle Due Sicilie fu favorita dalla concessione dei piroscafi “Piemonte” e “Lombardo”, messi a disposizione dall’armatore genovese Raffaele Rubattino per intercessione del direttore generale della società di navigazione, il massone Giovanni Battista Fouché. L’Inghilterra favorì l’impresa garibaldina: il Nizzardo riconobbe che “se non fosse stato per il governo inglese, mai avrei potuto passare lo stretto di Messina”. La massoneria d’oltremanica, con la quale invero il generale ebbe solo sporadici rapporti, favorì con cospicui finanziamenti la sua campagna meridionale. Tra i Mille alcuni avevano già varcato le colonne dei templi: oltre al già citato Francesco Crispi, Girolamo Bixio, detto Nino, appartenente alla loggia genovese Trionfo ligure, Giuseppe La Masa e l’ungherese Stefano Turr, primo aiutante di campo di Garibaldi, solo per ricordare i più noti.

    Nel giugno 1860, a Palermo appena conquistata, il dittatore di Sicilia fu elevato al grado di maestro. Nei primi mesi del ’62, quando si tentò la costituzione di un G. O. italiano, di indirizzo moderato e controllato da esponenti cavourriani, dopo la rinuncia di Costantino Nigra alla carica di gran maestro dell’ordine fu posta anche la candidatura di Garibaldi. Prevalse invece per pochi voti Filippo Cordova, già segretario generale del ministero delle finanze in un governo presieduto da Cavour: a Garibaldi fu riconosciuto il titolo di primo massone d’Italia, conferiti gli onori spettanti al maestro di tutte le logge e donata una medaglia d’oro massiccio. Pochi giorni dopo il supremo Consiglio del rito scozzese antico ed accettato, all’oriente di Palermo, su posizioni più democratiche e radicali, riconobbe nel Nizzardo il proprio gran maestro, sovrano e gran commendatore dell’ordine. In tale occasione gli furono conferiti i gradi da 4 a 33.

     Nel giugno dello stesso anno il generale lasciò Caprera per ritornare a Palermo e organizzare quella spedizione per la liberazione di Roma che si sarebbe drammaticamente interrotta sull’Aspromonte. Prima di partire, il 1° luglio presenziò all’iniziazione del figlio Menotti e due giorni dopo firmò l’affiliazione dell’intero suo stato maggiore. Al riguardo dichiarò: “[…] con i poteri a me conferiti [li] dispenso dalle solite formalità”; l’iniziazione si limitò ad una triplice battuta di mano, a testimonianza della scarsa attenzione del comandante agli aspetti rituali. Per Garibaldi scopo della massoneria era soprattutto quello di apportare un sostanziale contributo al completamento dell’unità nazionale.

     Esula dai limiti cronologici di queste succinte note (malonicamente tavole o balaustre) soffermarsi sui successivi rapporti dell’eroe con la massoneria. In rapida sintesi basti ricordare la sua elezione con larghissima maggioranza a gran maestro del G. O. sedente a Torino, in occasione della prima vera e propria costituente massonica unitaria che si tenne a Firenze nel maggio 1864. Dimessosi poco dopo per le critiche mossegli dai fratelli del rito scozzese, contestualmente presentò anche le dimissioni dal supremo Consiglio scozzesista palermitano, che furono però respinte e ritirate. Il leone di Caprera mal tollerava una massoneria divisa in diverse obbedienze. In virtù di questa sua visione ecumenica e conciliatoria nel 1867 accettò ancora una volta, pur conservando la carica di gran maestro del Consiglio di rito scozzese di Palermo, la nomina a gran maestro onorario del G.O.I., conferitagli da una nuova costituente, insediatasi a Napoli. Nel 1881 infine, un anno prima dalla morte, accettò il titolo di gran ierofante, ricoprendo il 97° grado del rito egizio riformato di Memphis e Misraim.

     Quello dell’unità delle logge è stato uno dei temi più presenti nella fitta corrispondenza massonica di Garibaldi; egli aveva fatto propri i dettami della massoneria internazionale, che insisteva per escludere più obbedienze in uno stesso paese. Per l’ex dittatore di Sicilia una massoneria unitaria doveva promuovere valori morali e civili, in stretta collaborazione con altre istituzioni progressiste quali leghe, fratellanze, società operaie e di mutuo soccorso, in molte delle quali l’eroe era presidente o presidente onorario. L’unità dei figli della vedova – aveva scritto nel maggio 1867, alcuni mesi prima della cocente sconfitta di Mentana – avrebbe consentito la liberazione di Roma, la creazione di uno stato laico e democratico, la realizzazione di molteplici riforme sociali: “Come non abbiamo ancora patria perché non abbiamo Roma – osservava –, così non abbiamo massoneria perché divisi. […] Io sono del parere che l’unità massonica trarrà a sé l’unità d’Italia. […] Facciasi in massoneria quel fascio romano che, ad onta di tanti sforzi, non si è ancora potuto trovare in politica. Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi adunque pongano da parte le passioni profane, e con la coscienza dell’alta missione che dalla nobile istituzione massonica è loro affidata, creino l’unità della nazione”.

     Nell’ultimo decennio di vita egli ripeté con puntiglio queste sue convinzioni, che costituiscono il testamento spirituale lasciato sia alla massoneria sia alle forze riformistiche e democratiche post-risorgimentali: diffusione dei valori della cultura laica, suffragio universale, emancipazione femminile, istruzione aconfessionale, obbligatoria e gratuita, umanitarismo, cosmopolitismo, riforma tributaria con tassazione progressiva in base al reddito, pace e collaborazione tra i popoli, libertà di culto e ripudio di ogni dogmatismo, istituzione di un organismo mondiale per dirimere le controversie tra le nazioni e scongiurare il ricorso alla guerra, attuazione di una politica sociale che, operando all’interno del quadro istituzionale in essere, non rinunciasse alla prospettiva di successivi ed efficaci cambiamenti.

     La “luce” di Caprera ebbe dunque un ruolo fondamentale nella formulazione di istanze che la massoneria italiana post-unitaria avrebbe fatto proprie. Massoneria che, in misura assai più rilevante rispetto al periodo del primo Risorgimento, esercitò un ruolo di primo piano nella vita politica del paese da poco unificato. Una buona parte dei presidenti del consiglio, ministri, parlamentari, alti funzionari era appartenente alla massoneria. Alcuni di essi ebbero la responsabilità di dicasteri importanti, come ad es. quello della pubblica istruzione – retto quasi ininterrottamente per tutta la seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento da iscritti alla libera muratoria – stante l’importanza attribuita dall’ordine alla formazione del nuovo italiano e alla lotta contro l’analfabetismo.

     In conclusione val la pena ricordare che il tricolore, vessillo dei giacobini italiani alla fine del Settecento ma anche simbolo del regno e della Repubblica Italiana, è sacro per i framassoni. In ogni loggia esso è posto all’oriente, vicino al maestro venerabile.

 

            Giovanni Gonzi